Brava Serie A! Hai riscoperto il Made In Italy

Qui nel Made in Italy. Qui come da nessun’altra parte nel mondo. Andatelo a chiedere a Sergio Marchionne, amministratore delegato della nuova FIAT italo-statunitense (FCA), coinvolto in queste ore dallo tsunami del dieselgate. “Fossero rimasti in Italia…”, hanno commentato i più maliziosi. Noi ovviamente parliamo di pallone ma il parallelismo ci sta eccome. Dopo critiche, mazzate vere e proprie al calcio italiano e ai suoi dirigenti, vogliamo concedere una doverosa carezza al nostro movimento. La Serie A sta rispondendo all’etichetta più forte e imponente della storia: il Made in Cina. O meglio il CE (marchio di riconoscibilità europea) trasformato in prodotto cinese. Niente che non abbiano già fatto nel mercato reale insomma. E dopo averlo monopolizzato, adesso stanno tentando di copiare la cosa, anzi riduttivo chiamarla così, il bene, più autentico e prezioso che da 154 anni caratterizza l’Europa. Il calcio.

Una vera e propria invasione. Un ratto in perfetto stile romano. Cifre folli, che hanno fatto gridare allo scandalo. A ragione, aggiungiamo noi. Vogliono qualcosa che non gli appartiene, vogliono provare a copiare anche questo. Ma qualcuno spieghi loro, dica a quei magnati cinesi dai fondi infiniti, che quella magia che irradia un campo da calcio, che illumina gli occhi di milioni di bambini, che unisce nonni e nipoti, padri e figli, non si può comprare. Brava Serie A!


Lo spartiacque, manco a dirlo, è stata la Juventus. 50 mosse avanti Beppe Marotta e Fabio Paratici. E senza NZT (la pillola dai superpoteri protagonista dello splendido Limitless con Bradley Cooper). Rugani, Mandragora, Sensi, Cerri. Come per lo stadio, la Juventus ha anticipato tutti decidendo di investire su giovani promettenti e soprattutto italiani. Caldara, ufficiale da ieri per una cifra complessiva vicina ai 25 mln, è soltanto l’ultimo acquisto mirato della dirigenza bianconera. Solo il campo dirà se l’investimento è stato giusto ma nel frattempo, per il coraggio e la lungimiranza dimostrati: chapeau.

Ma l’Italia spaccata in due dal referendum, che naviga a vista con un governo tecnico, almeno su questo è unita e convinta. Trovare risorse all’interno, ripartire dai ragazzi cresciuti nei settori giovanili italiani, dare nuova credibilità e appetibilità al movimento anche a livello mondiale. Tutti uniti. Piccoli e soprattutto grandi club. C’è chi ha fatto di necessità un’invidiabile virtù come il Milan di Montella e Galliani. I Donnarumma, i Calabria e i Locatelli. Figli di una rivoluzione economica nata dal cambiamento epocale in società. E poco importa se a gestire il loro futuro sarà probabilmente un altro magnate cinese. Il Milan è ripartito dopo anni passati in un pericoloso limbo e lo ha fatto solo puntando sul Made in Italy.


Infine l’Inter. Subito Gagliardini e poi i sogni Berardi e Bernardeschi. Il Made in Italy, come noto, costa e non poco. Soprattutto se decidi di importarlo come nel caso dei nerazzurri. L’idea chiara però è la stessa, identica. Finalmente l’hanno capito. Meglio tardi che mai. E noi lo ribadiamo: brava Serie A!

Scritto da Giulio Incagli

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