Mandzukic, il gladiatore di Champions che fa anche il terzino

di Giulio Incagli

Mi chiamo Mario Mandzukic, comandante della fascia sinistra, generale dell’area di rigore, servo leale dell’unico vero allenatore, Massimiliano Allegri, e vincerò la Champions con la Juve, in questa vita o nell’altra. Mancava solo l’elmo e la fantastica colonna sonora “We are free”. Come un vero gladiatore, come Massimo di fronte alla moltitudine attonita del Colosseo, Mandzukic ha combattuto da leone davanti ai 100mila del Camp Nou. Fino all’ultimo secondo utile, col sudore ormai espulso dai pori più nascosti del corpo. Corsa, cattiveria, sacrificio. La rappresentazione artistica più fedele di questa Juventus. E adesso basta. Diamo a Max (per restare in tema Gladiatore) quel che è di Max. Allegri ha capito nel momento cruciale della stagione di non poter fare a meno di Mandzukic e ha inventato un 4-2-3-1 a trazione apparentemente anteriore con il croato, Dybala e Cuadrado alle spalle di Higuain. Genio, silenzioso e vincente. Massimiliano Allegri. Ma questa, beh questa è un’altra storia. Ieri sera la prestazione dell’ex attaccante di Bayern e Atletico ha toccato le corde più romantiche di questo sport. Indemoniato in fase difensiva, preciso (molto più del Pipita ad esempio) in ripartenza. Lo scatto all’87’ per evitare che la palla finisse in fallo laterale nella metà campo bianconera è la cartolina spedita al civico 47 di Mellrose Street a Manchester, residenza di quel Pep Guardiola che in Baviera lo aveva accompagnato alla porta dopo poche ore dal suo arrivo. Che rivincita! Al Camp Nou, nello stadio che ha reso Guardiola leggenda, Mario ha dimostrato di essere giocatore vero, di livello internazionale e in grado di incidere in gare importanti. Come del resto aveva già fatto nella finale di Champions tutta tedesca del 2013, segnando il gol del momentaneo 1-0 contro il Borussia Dortmund. La Juve di ieri sera, per consapevolezza e solidità, ha ricordato a molti l’Inter di Mourinho. I nerazzurri più gelosi dello storico Triplete non lo ammetteranno mai, ma la similitudine regge eccome. Nella filosofia di squadra, nella forza difensiva e soprattutto nel coraggio di adattare un bomber, uno dei più forti in circolazione, a fare il terzino. L’intuizione del Mago di Setubal fu con Eto’o, Allegri ha fatto lo stesso con Mandzukic. Despacito, lentamente per dirla alla Luis Fonsi. Gara dopo gara Mario ha capito che per giocare titolare, serviva qualcosa di diverso, un’evoluzione tattica, non mentale. Lì non è servita nessuna seduta video o lezione. Adesso dritti alla meta, verso quella Champions mai alzata da una leggenda come il capitano Buffon, nel ruolo di favoriti, il nemico più difficile anche per Mario il gladiatore. Avanti il prossimo!


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