Perché non sappiamo salutare le leggende?


scritto da Giulio Incagli

“Non andava più il rapporto. Alla fine ci siamo lasciati, ma l’abbiamo fatto insieme”. Più falsi dei cinquemila euro investiti per costruire un albergo su Parco della Vittoria. Le storie d’amore, quelle più intense, quelle più carnali, non finiscono mai “perché lo si è deciso insieme”. Il calcio, italiano soprattutto, ne è l’amara dimostrazione. Perché non sappiamo dire addio nel momento giusto? Perché non riusciamo a celebrare nel modo migliore le leggende? Perché non siamo in grado di mettere da parte inutili campanilismi? Non dobbiamo smettere di chiedercelo. A pagare sono solo i tifosi, il cuore, il motore del calcio. Quelli usciti da lavoro alle 18 il sabato sera per volare a Palermo o a Cagliari, quelli con l’abbonamento consumato dalla pioggia presa in motorino, quelli senza voce al lunedì mattina. Tutto per seguire il proprio amore, tutto per godere fino all’ultimo secondo delle giocate del proprio idolo. A rimetterci sono solo loro! Non esageriamo nel dire che non siamo stati in grado di salutare i due più grandi numeri 10 (insieme a Baggio) dell’ultimo ventennio calcistico italiano. Del Piero e Totti. Juve e Roma più semplicemente. Una vergogna. Senza dimenticare l’inqualificabile addio di una parte di San Siro a Maldini. Perché? Lo ripeteremo all’infinito. Rovinare tutto sul più bello, con la tavola già apparecchiata e solo il dessert da servire su un piatto argentato. Idoli, leggende, veri e proprio culti in alcuni casi. Un peccato imperdonabile non riuscire a congedarli come meriterebbero. Il 28 maggio allo Stadio Olimpico di Roma si gioca l’ultima giornata di campionato: Roma-Genoa. A una settimana da quella partita non sappiamo ancora se sarà l’ultima con la maglia giallorossa di Francesco Totti. Incredibile, ingiustificabile. Il più grande si sempre nella storia della Roma. IL giocatore, IL capitano. Ci vuole rispetto per i romanisti. Da parte della società, dell’allenatore e anche dello stesso Totti.

Almeno per Del Piero il saluto finale, seppur forzato dalla Juventus, fu una cartolina finita dritta nell’album dei ricordi più belli per un tifoso bianconero. Anche in quel caso, errori da una parte e dall’altra. Il tempo ha dato ragione ad Agnelli e Conte, ma Alex meritava maggior chiarezza. La stessa che la Roma non è stata in grado di garantire al più grande giocatore della sua storia. Abbiamo dovuto aspettare un direttore sportivo spagnolo arrivato da 12 ore a Trigoria per conoscere i piani della società. Nel mezzo le stucchevoli ripicche di Spalletti, gli imbarazzanti comunicati di Pallotta dall’altra parte del mondo e il silenzio dello stesso Totti. Il calcio italiano è pieno fino all’orlo di campanilismi, odio sportivo che a volte sfocia in vili e beceri comportamenti. Ripetere quello che la NBA ha regalato a Kobe Bryant sarebbe stato impossibile, almeno non in ogni stadio purtroppo. Ma la leggenda dovrebbe andare oltre a tutto: colori, bandiere e rivalità. San Siro ha coccolato Totti come tredici anni prima aveva fatto con Baggio. Domenica prossima i romanisti hanno il diritto di vivere una giornata indimenticabile. Nessuno potrà restituirgli indietro i mesi passati a giocare al tiro alla fune con i loro sentimenti. Ma per favore, adesso basta, deponete le armi e vestite l’Olimpico a festa per il saluto al più grande romanista di sempre: Francesco Totti.


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